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IL PROFESSORE E "SANSONE"
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| Il professore era un distinto e anziano signore di circa ottanta anni
che conobbi nel 1998. A nostra insaputa, avevamo un’amica in comune: ci conoscemmo, grazie a lei, poichè il professore gli confidò che desiderava dare marito alla sua gatta “Maya”. La nostra amica gli parlò di me, che avevo un allevamento di gatti, quindi il professore mi contattò ed ebbi il piacere di essere invitata a casa sua. Conoscere una persona come il professore, fu un’esperienza veramente unica e speciale. Nonostante la sua veneranda età, aveva un cuore di bambino, limpido e ingenuo, pieno di bontà. Viveva in grande appartamento accudito da alcuni ragazzi che, in cambio delle sue lezioni di storia e filosofia (il professore era in pensione, ma aveva insegnato in gioventù all’università), contraccambiavano con gratitudine tenendogli la casa in ordine,come fossero dei figli. Lui non si era mai sposato. Viveva da sempre solo e se non fosse stato per l’aiuto di quei ragazzi, sarebbe stato perso. Aveva una gatta di nome Maya, un’Europea squama di tartaruga. L’amava da matti. Io sono sempre stata contraria ad accoppiare una gatta solo per capriccio del proprietario, ma in quel caso non volli rifiutare. Capii che il professore si immedesimava nella sua gatta. Desiderava potesse avere dei cuccioli. Sicuramente quello che desiderava per lui stesso, chissà per quale motivo non aveva mai potuto sposarsi e avere dei figli suoi. Come potevo negare a quel distinto signore, ormai alla sua tarda età, la gioia di avere dei cuccioli e rallegrare la sua casa ormai ingrigita da tanti anni vissuti sempre uguali senza il vocio di bambini suoi. Maya fu data in sposa al mio Cristal, tipo Sacro di Birmania con occhi color ghiaccio. Quando Maya ebbe le doglie, il professore mi costrinse ad intervenire come fossi stata un’ostetrica. I suoi ragazzi vennero a prendermi a casa mia e dovetti andare ad assistere al parto. Successe la fine del mondo, quando Maya partorì il suo primo cucciolo, lanciando un miagolo tremendo per il dolore, il professore cominciò a correre per tutta la casa, piangendo e ripetendo: “Povera Maya... Povera Maya...” Era emozionato, tremava e nello stesso tempo chiedeva perdono alla sua Maya per il dolore che stava subendo per un suo capriccio. Nacquero tre cuccioli, di cui due femminuccie (una nera e l’altra tortie come la mamma) l’altro era un maschietto rosso che all’età di due mesi diventò bellissimo, acquistando un aspetto da British, con gli occhietti celeste chiaro. Il professore era innamorato di lui, lo chiamò Sansone perchè era forte e muscoloso. Purtroppo, i suoi ragazzi gli fecero capire che non potevano accudire anche i suoi gattini e che se ne sarebbe dovuto liberare. Inevitabilmente fui interpellata di nuovo, dovetti cercare delle brave persone a cui cedere i cuccioli e lo strazio più grande fu il momento in cui il professore si dovette separare da Sansone, le lacrime gli rigavano il rugoso viso, singhiozzava per il dolore e quando lasciò il gattino mi mise fra le mani un foglio che mi pregò di dare alla nuova padrona di Sansone. Era una poesia dedicata a Sansone scritta da lui. Quando fui sola, lessi questa poesia, mi piacque tanto, ne feci una fotocopia ed ora vorrei che la leggeste anche voi. Il professore è trapassato, ma ha lasciato in me un’emozione che ancora vive e non so descrivere, sento per lui un rispetto profondo per aver avuto tanto amore per la sua gatta e nello stesso tempo rispetto per gli esseri umani: rimarrà nei miei ricordi con molto affetto. |
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A SANSONE, BELLISSIMO MICIONE Io t’ho veduto nascere ed ho temuto per la tua vita, quando a metà novembre, a tarda sera, tra i travagli del parto e gli alti gridi di Maya, mamma tua, tu piccoletto sei venuto al mondo. Da amorevole mano ravvivato, sei poi cresciuto florido, vivace, con il pelo lucente, fulvo, quasi tu fossi un leoncino, ma tanto buono e tanto seducente. Mi stavi sempre intorno mi guardavi con gli occhietti attoniti, ti arrampicavi sulle mie ginocchia, e io ti prendevo in braccio, di carezze saziandoti e di baci. Giocherellavi sempre, salendo sulle sedie, sopra il tavolo, nella veranda, ovunque e non poco gioivo nel vederti rincorrere le vispe sorelline giocare con esse a nascondino. E oggi, improvvisamente, giorno di Carnevale, caro alla gioventù, mentre la gente mascherata impazza tra coriandoli e danze, è venuto il momento di lasciarci. Micetto mio, Sansone, andrai lontano adesso, non so dove, ed io ti miro negli occhioni dolci con il cuore angosciato, con tanta pena in petto. Con la presenza tua graziosa, bella non so quale signora, che clemente ti accoglie in casa sua, avrà da te la gioia, che Maya, mamma tua spesso, a talento suo, arcuando la schiena dolcemente sotto le mie carezze, e le fusa facendomi vezzosa, mi ha dato e dona ancora, Maya, conforto nella solitudine della mia tarda età. Va’, piccoletto mio, paffutello e leggero come un guanciale di piume, va’ incontro alla signora che ti attende, recale un po’ di gioia. Tu come un agnellino mi fissi con gli occhioni cilestrini, e non sai quanto io soffro, io che non ho lo spazio per farti sempre vivere con me. È l’ora di lasciarci, tu lasci le graziose sorelline, Lulù, Nerina e Maya, mamma tua, ma tu non partirai dai miei ricordi. E ora rivolto al ciel, chiedo una cosa che tu buono, affettuoso, viva sempre contento, e, come sempre, tu sia circondato da tanto affetto nella tua nuova sede. |